Sul senso, nota di Adonella
Pubblicato da docume su Maggio 19, 2008
ciao,
ho ricevuto una nota da Adonella, ho pensato fosse giusto darle subito spazio visto che lei non ha potuto intervenire Venerdì. Vedrò poi io di spostare gli eventuali commenti una volta traferito il blog! ci sono sue indicazioni molto rilevanti sulle quali può iniziare una discussione parallela già da subito. DA NON DIMENTICARE IL LAVORO SUL NOME PERO’…(l’articolo sul nome lo vedete a sinistra o al fondo id questa pagina) .
da ADONELLA MARENA:
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Non so come si è evoluto l’incontro, mi pare di capire che se si è concretizzata la necessità di darsi un nome si è arrivati a qualche sintesi.
Allora datemi lumi, perché io sto vivendo una particolare confusione che mette insieme ruolo, obiettivi, strategie, momento politico. Perché già mentre montavo il film e scorrevano i risultati elettorali mi chiedevo se ero un’extraterrestre a perdere un anno per raccontare una storia di “minoranze” mentre intorno trionfavano i poteri forti. Ma la cosa più spiazzante è che mi si dice (da qualche fonte produttiva) che dobbiamo fare i conti con questo sistema se non vogliamo essere solo anime belle ma un po’
inconsistenti. E questo cosa vuol dire? tenere a mente le regole che rendono un prodotto più facilmente fruibile e meglio commerciabile?
Condizionare il film ai tempi e stili dell’eventuale uscita televisiva?
Puntare a una diffusione che ricalca quella cinematografica?
Tutte queste cose, che hanno a fare con il senso, l’identità e le strategie per avere una collocazione riconosciuta, sono alla base per me dell’incontro con voi. Capire specularmente cosa vuol dire essere una documentarista, e trovare punti forti di convergenza, che mi/ci permettono di avanzare le giuste richieste per la nostra visibilità, per i progetti, per l’esistenza stessa del documentario come prodotto culturale specifico.
E’ utile per me confrontarmi, perché penso che il lavoro di un documentarista è delicato,insicuro e spiazzante proprio perché lo porta a conoscere, frequentare, vivere svariati ambienti sociali e umani, a mettersi spesso in gioco con l’”attraversamento” del tema che deve sviluppare, ad essere duttile ma insieme ben saldo nel proprio ruolo e nella propria finalità narrativa. E tutto questo spesso senza una adeguata struttura produttiva.
Dico questo perché non mi sembra che questo problema tocchi ugualmente un regista di fiction, mentre questa distinzione non viene affatto considerata per esempio dai produttori che vogliono farci adattare alle regole produttive e distributive della fiction. Il cinema della realtà ha delle implicazioni diverse, quindi anche le ricadute successive. Il percorso che fa un documentario dal soggetto alla produzione alla distribuzione è diverso. Ma le regole del gioco continuano ad avere come riferimento il percorso del cinema tradizionale, oppure se andiamo in tivù (es RAI) serviamo da supporto ad altro, a volte con uso disinvolto del film (tagli, commenti, mancanza di citazione..) Sicuramente per noi in Piemonte è stata una gran cosa la nascita del doc film fund, perché significa l’inizio di una visibilità nuova, di occasioni produttive e culturali interessanti. Ma penso vada pensato il modo di “orientarlo” (d’altra parte lo stesso Masera ha chiesto suggerimenti) far capire quali sono le nostre specificità e chiedere attenzione concreta in quel senso. Altrimenti temo che lo spazio progettuale verrà invaso dalla mentalità produttiva suddetta. Questa impressione l’ho avuta già all’incontro con la Filmcomm ad aprile, dove ho avuto l’impressione (ad eccezione dello spazio finale dove parlavamo noi documentaristi sul nostro
progetto) che persone pur autorevoli parlassero del documentario senza averlo davvero conosciuto. Sinceramente devo dire che in quella occasione solo Giuliano si è rivelato un “portavoce” concreto e insieme appassionato del mondo documentarista.
Non ho la più pallida idea del nome al blog, visto che non conosco quale sintesi si è prodotta tra di noi. Dico che so già che mi sento prigioniera in queste forme di comunicazione, quindi devo pensare di fruirne con libertà di tempi e spazio.
L’idea di Luca è bella, mi piace, potrebbe essere il nostro manifesto, e sono d’accordo anche sul metodo di realizzazione, (e di seguito trovo divertente l’idea di Armando, che sposerei più in là) ma prima di “fare”
chiederei come Fabiana un po’ di respiro per comprendere meglio gli obiettivi che insieme vogliamo darci Tutte le altre cose che ho da dire (nello specifico sul linguaggio, la produzione, la diffusione ) le confronterei volentieri al prossim incontro Ciao Adonella
docume detto
parto da questo stralcio di Adonella, che mi pare il centro della sua/nostra riflessione:
…”Perché già mentre montavo il film e scorrevano i risultati elettorali mi chiedevo se ero un’extraterrestre a perdere un anno per raccontare una storia di “minoranze” mentre intorno trionfavano i poteri forti. Ma la cosa più spiazzante è che mi si dice (da qualche fonte produttiva) che dobbiamo fare i conti con questo sistema se non vogliamo essere solo anime belle ma un po’ inconsistenti. E questo cosa vuol dire? tenere a mente le regole che rendono un prodotto più facilmente fruibile e meglio commerciabile? Condizionare il film ai tempi e stili dell’eventuale uscita televisiva? Puntare a una diffusione che ricalca quella cinematografica?”…
io credo che questo sia IL PUNTO, non solo per noi ma per il mondo intero, ognuno per gli aspetti nei quali si trova coinvolto, ed allora la considerazione dominante sembrerebbe essere una sola, o ci si adatta o si è emarginati.
Noi lavoriamo in un ambito culturale (e sociale),ma poca è la differenza se pensiamo che nemmeno un calzolaio o un artigiano in genere hanno più ragione di esistere in base alle dure leggi del mercato e per gli stessi motivi espressi dal produttore che ha detto ad adonella “(voi autori, ndr) dovete fare i conti con questo sistema se non volete essere solo anime belle ma un po’ inconsistenti”. Ora, io convivo quotidianamente con questo cruccio, che mi provoca molta rabbia ma anche molta voglia di reagire: il lavoro dell’autore (“SE” lo merita per qualità e bisogna ovviamente dire che non tutti lo meritano), non è inconsistente, è piuttosto il cuore di tutto, il materiale, l’anima, la sostanza prima intorno alla quale POI ruotano una serie di altre attività, fra queste la produzione.
Il concetto di produzione è estremamente moderno e strettamente legato allo sviluppo dell’industrializzazione, in tutti i settori, compreso il cinema. Credo sia un ruolo importante purchè non si arrivi poi agli estremi che viviamo(vivete) oggi, dove è il produttore a fare da papà alle povere anime belle: MA NON ESISTE!!
Se questo succede è perchè, come in tutti gli altri ambiti, la vendita e le regole del mercato hanno preso il sopravvento sul senso delle cose in se e per se, e lo hanno fatto nella loro veste più becera e mediocre.
Per dirla meglio, e per non essere tacciati di igenuità, mi pare assolutamente evidente che l’opera possa e debba trovare una sua collocazione nel mercato, ma quale mercato? con quali caratteristiche? secondo quali modelli qualitativi? fino a che punto bisogno piegarsi e elemosinare?
Riduco ai minimi termini: la bbc, che è una signora televisione, non ha mollato le redini come hanno fatto la maggior parte delle tv pubbliche negli anni settanta, ha invece preservato uno spazio dove la televisione potesse rimanere veicolo di cultura, intrattenimento ed educazione AL DI LA DEGLI INTERESSI DEGLI INSERZIONISTI PUBBLICITARI, e questo significa decidere di confezionare e proporre “prodotti” (scusate il termine) sulla base di quelli che si ritengono valori alti da condividere con i cittadini (volutamente non ho usato la parola pubblico).
Al contrario invece, quando la tv ha solo più la necessità di vendere la pubblicità all’interno di un mercato di massa, ha bisogno di “prodotti televisivi” (e qui non mi scuso)che si rivolgano ad un mercato di massa, che anzi,più viene inebetito e meglio è, ovvero, non è la tivù che potendo e volendo fornisce strumenti di crescita al cittadino, ma viceversa è la tivù che segue e spinge il cittadino verso la degradante posizione “uomo consumatore”,”uomo desideratore”, “uomo acritico”(uomo in senso bibblico, sorry).
Non voglio fare un trattato e non ne sarei all’altezza, vengo dunque alla conclusione: io mi ribello a questa dimensione, cerco fin che posso di sostenere che possono e devono esistere modelli alternativi, mi rendo conto che il modello socio economico dominante (di diffusione culturale ma anche di prodotti in genere)ha un potere ed una distribuzione capillare tali da non poter essere contrastato (almeno ad oggi)…MA…, ci sono oggi spazi per promouovere e sostenere con forza delle idee, anche se è mille volte più faticoso.
Però,…però…un primo passo da fare è quello dell’autoconsapevolezza, quella che ci porti a dire prima di tutto, e con forza, da oggi ed in ogni prossima occasione di incontro con i protatori malsani di progresso: sei tu a non essere consistente, sei tu ad essere ormai solo più una pedina (e pensi invece di essere un luminare,ndr), sei tu a non poterti nemmeno più permettere di essere un anima bella.
e da qui allora si può cominciare a ridiscutere, a pensare qualcosa di diverso, e se ci serve un mercato, sano e condivisibile, sostenibile,dobbiamo tirarci su le mani e costruirlo, senza piegarci sempre come muli ad altri modelli, salvo che non si presentino in una forma più umana e soprattutto meno “pontificante”…ecchèpppalle.
Solo un parere
..suggerisco la fredda cronaca/previsione di edgar morin “lo spirito del tempo” (1969 mi pare), oppure, ovviamente la scuola di francoforte in merito all’industria culturale.
scusate il dilunghimento.